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venerdì 8 dicembre 2017

Salute: Pet per diagnosi precoce Alzheimer

Con la Pet diagnosi più precoce di Alzheimer

Grazie ai passi avanti compiuti nelle analisi effettuate tramite questa metodica da un gruppo di ricerca del quale fanno parte anche ricercatori dell'Istc e dell'Ibfm del Cnr, diventa più chiara e precisa l'identificazione dei soggetti con deficit cognitivo che evolverà nella malattia. Tramite un software l'encefalo viene suddiviso in sezioni e 'regioni' di cui si analizza con tecniche statistiche avanzate il segnale metabolico. 

Lo studio è pubblicato sull'European Journal of Nuclear Medicine Molecular Imaging.

L'esame più utilizzato per mettere in evidenza eventuali alterazioni anatomiche ippocampali o corticali caratteristiche della malattia di Alzheimer è la Risonanza magnetica, ma in un caso su cinque questa metodica non caratterizza con certezza la natura dello stato patologico e del suo sviluppo. 

Marco Pagani dell'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Istc-Cnr) in collaborazione con Fabrizio De Carli dell'Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare  (Ibfm-Cnr), con il dipartimento Ambiente e salute dell'Istituto superiore di sanità, con il dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Genova e con il Karolinska Hospital di Stoccolma, studia da anni il modo di ottimizzare le analisi dei dati del metabolismo cerebrale attraverso il ricorso a un'altra tecnica, la Tomografia ad emissione di positroni (Pet). 

I risultati delle ricerche, che confermano prestazioni migliori della Pet nella predizione della malattia di Alzheimer, sono stati pubblicati nel mese di novembre sull'European Journal of Nuclear Medicine Molecular Imaging

La Malattia di Alzheimer, patologia neurologica degenerativa che colpisce il cervello, conducendo progressivamente il malato a uno stato di totale dipendenza, è nella maggior parte dei casi preceduta da deficit cognitivo lieve. "In alcuni casi però tale deficit non è dovuto a patologie neurodegenerative ma ad altre cause, ad esempio a uno stato depressivo acuto o cronico. È importante dunque già nella fase iniziale avere una diagnosi certa del disturbo e della sua possibile evoluzione, per effettuare i corretti interventi terapeutici e per consentire ai familiari di gestire adeguatamente l'impegnativa assistenza del paziente", spiega Pagani. 

"La Pet, in particolare la Pet cerebrale con Fluorodeossiglucosio (Fdg-Pet), una tecnica di neuroimmagini funzionali assai diffusa e disponibile sul territorio nazionale a costi contenuti, è indubbiamente da preferire alla Risonanza magnetica per rivelare se il deficit cognitivo sia o no dovuto ad Alzheimer. Inoltre, può aiutare nella valutazione dello stato di progressione delle malattie neurodegenerative".

Il team coordinato da Pagani ha apportato alcune innovazioni per ottimizzare le analisi statistiche dei dati di metabolismo cerebrale tramite questa metodologia. 

"La novità introdotta dal nostro gruppo multidisciplinare di ricercatori e clinici consiste nel segmentare in 90 sezioni l'encefalo, tramite un software disponibile in rete, e accorparle in 20 'meta-regioni' con caratteristiche funzionalmente comuni", continua il ricercatore dell'Istc-Cnr. 

"L'intensità del segnale in ogni regione, proporzionale alla rispettiva attività metabolica, viene poi analizzata con tecniche statistiche avanzate in grado di identificare le regioni che meglio differenziano i gruppi diagnostici. Abbiamo applicato queste metodologie in modo prospettico a un gruppo di pazienti con un livello simile di deficit cognitivo, che in alcuni casi è evoluto in Malattia di Alzheimer entro 2-5 anni e in altri casi non è evoluto dopo 7 anni. Grazie a questa tecnica siamo riusciti a identificare nel 93% dei casi i soggetti non successivamente colpiti da questa forma di demenza".

Questo metodo consente di arrivare in modo rapido ad una diagnosi più chiara e tempestiva e apre orizzonti nuovi per la diagnosi precoce. "Alla Pet eseguita alla prima visita con valutazione neuropsicologica, i pazienti che non hanno sviluppato l'Alzheimer mostrano differenze metaboliche minime o nulle rispetto ai soggetti di controllo sani, mentre nelle persone che si sarebbero ammalate le differenze erano accentuate e proporzionali al tempo di decorso della malattia", conclude Pagani. 

"Nel momento in cui la metodologia verrà condivisa si potrà creare un database attraverso il quale confrontare gli esami dei pazienti con quelli dei gruppi sani e dei patologici, consentendo ai clinici di effettuare una diagnosi più precisa e di supportare nel modo migliore il malato e chi lo assiste".

Roma, 8 dicembre 2017

La scheda
Chi: Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Cnr, Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Cnr, dipartimento Ambiente e salute dell'Istituto superiore di sanità, dipartimento di Neuroscienze dell'Università di Genova, Karolinska Hospital di Stoccolma,
Che cosa: analisi Pet per individuazione precoce dei deficit cognitivi che evolveranno in Malattia di Alzheimer



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giovedì 28 settembre 2017

Salute. InCanti diVersi (2): evento di sensibilizzazione Alzheimer


In occasione della giornata mondiale dell'Alzheimer, Paloma 2000 ha organizzato InCanti diVersi, parole e immagini della memoria, evento di musica e teatro dedicato alla sensibilizzazione Alzheimer costituito da due giornate, di cui la seconda si terrà il 30 settembre 2017 a partire dalle ore 15:00 presso lo Studio Museo Francesco Messina in via San Sisto, 4.

Alle ore 15:00 Z.E.A. proporrà un'attività del progetto alzhalarte all'interno dello Studio Museo Francesco Messina, ideato e condotto insieme a un artista, per coinvolgere le persone con demenza e i loro familiari in pratiche e linguaggi che lavorano con le emozioni e la sensibilità. L'obiettivo è offrire la possibilità di esprimersi liberamente e sperimentare un approccio che generi socialità e inclusione attorno ad un patrimonio di tutti.

Alle ore 17:00 gli studenti della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi metteranno in scena uno spettacolo ispirato al libro "Il vecchio re" di Arno Geiger, accompagnati dal duo Roberta & the Crossover e Sonoramente, primo coro per la memoria fragile, progetto della Walter Vinci Onlus. I protagonisti del coro sono persone affette da demenza e i loro caregiver che, attraverso l'arte, sviluppano uno strumento di espressione che stimola le proprie capacità cognitive e rinforza il legame con chi si prende cura di loro: l'arte si erge dunque a linguaggio universale in grado di abbattere ogni tipo di barriera e di rinsaldare le relazioni sociali.
Paloma 2000 crede che l'arte, attraverso le sue capacità catartiche ed empatiche, sia in grado di svolgere un ruolo di coesione e compartecipazione prezioso all'interno della società.
In occasione del 21 settembre, giornata mondiale dell'Alzheimer, la cooperativa sociale organizza una manifestazione dedicata interamente all'arte in cui le emozioni sono strumento per avvicinarsi e comprendere la situazione di fragilità che caratterizza le persone affette da demenza e Alzheimer, in collaborazione con la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, la Walter Vinci Onlus, Z.E.A. zone di esplorazione artistica.
La manifestazione, che ha ottenuto il patrocinio del Comune di Milano, fa parte del progetto "La Conoscenza è Partecipazione", un programma che si è sviluppato durante l'intero anno 2017 in 10 tappe, una al mese, corrispondenti ai 10 sintomi Alzheimer stilati dall'Alzheimer's Association. La conoscenza stimola la comprensione e crea "partecipazione", per questo i nostri incontri sono rivolti a tutti, con l'auspicato coinvolgimento di associazioni, municipi e parrocchie, così da garantire un'ampia risonanza del progetto e proporre una migliore qualità di vita per le persone affette da Alzheimer e i loro caregiver.
InCanti diVersi sarà un'occasione per condividere, riflettere, rallegrarsi.


martedì 28 febbraio 2017

Prendersi cura dell'orto fa bene a chi soffre di Alzheimer




28 febbraio 2017 - Lo dicono le esperienze internazionali, in particolari inglesi e americane e i risultati delle attività realizzate in diversi centri specializzati e ospedali degli Stati Uniti. 

Lo conferma la neuropsicologa responsabile del Nucleo Alzheimer del Centro Polifunzionale Villaggio Amico di Gerenzano, che si trova alle porte di Milanodott.sa Loredana Locusta, psicologa esperta in neuropsicologia clinica.

"L'Horticultural Therapy, cioè la cura dell'orto, può essere annoverata tra le terapie non farmacologiche che donano benessere psico-fisico ai malati di Alzheimer.
L'hanno capito bene negli Stati Uniti, dove questa terapia alternativa viene praticata, da circa quarant'anni, in centri specializzati e nei reparti di ospedali di fama internazionale come l'Ospedale universitario di New York, sede anche di corsi per studenti, dove si insegna tale metodo.

Nella demenza mantenere l'autonomia della persona più a lungo possibile è un obiettivo primario e la cura delle piante raggiunge questo scopo, perché l'attività cognitiva viene stimolata, in particolare l'attenzione e la capacità di pianificare le azioni. 

I benefici di questa pratica non finiscono qui: si va ad agire sulla "sick building sindrome" o disturbo da ambiente chiuso, che spesso è presente in coloro che, per motivi di cura, di sicurezza o di instabilità motoria, trascorrono la quotidianità in un luogo con pochi spazi aperti.

Fondamentale, soprattutto durante quelli che sono i primi stadi della malattia, è stimolare la motricità fine e l'orto-terapia è una pratica vincente per questo obiettivo. 

Ma non vengono stimolati solo gli aspetti cognitivi e motori: numerose ricerche evidenziano una diminuzione dei disturbi comportamentali e del vagabondaggio, il cosiddetto "wandering", tra coloro che soffrono di Alzheimer o altro tipo di demenza e che hanno praticato l'orto-terapia. Inoltre, curare le piante risponde a quelli che sono i bisogni emotivi e affettivi dei pazienti.

L'orto-terapia comprende l'attività nel o con il verde, che va dal giardinaggio alla coltivazione di piante e di ortaggi. Effetti positivi possono derivare anche dalla cura di una singola pianta da interno. 

Questo tipo di attività permettono la stimolazione del tatto, dell'udito, dell'olfatto e della vista. Pensiamo, ad esempio, al benessere psico-fisico derivante dall'osservare alberi e fiori oppure dall'annusare delle specifiche piante aromatiche.

Partita in America e Inghilterra, questa terapia della natura ha fatto il giro del mondo: molti sono i giardini progettati in Italia per i malati di Alzheimer dove si riproducono spazi verdi simili a quelli con cui il paziente è stato in contatto nella sua precedente quotidianità.
Anche all'interno di Villaggio Amico - centro polifunzionale alle porte di Milano - sono state messe a punto diverse attività di Horticultural Therapy. Una di queste è il "giardino della memoria", dove gli ospiti possono stimolare i sensi e rilassarsi. Il giardino è coltivato con piante aromatiche che i pazienti e i familiari possono curare, ad esempio innaffiandole, o di cui possono semplicemente ispirarne gli aromi. 

L'orto-terapia viene organizzata anche in ambienti esterni al centro, nei quali si può toccare e lavorare il terreno o osservarlo come elemento che dona benessere. 

Le attività sono svolte sia in rapporto uno a uno operatore e paziente, sia in piccoli gruppi per favorire la socializzazione. Abbiamo notato che le piante hanno stimolato in molti pazienti il desiderio di prendersi cura di un essere vivente da proteggere."



Villaggio Amico è una residenza sanitaria assistenziale (RSA) situata alle porte di Milano (Gerenzano, in provincia di Varese). 

Un centro polifunzionale che offre un ventaglio di servizi adatti a ogni fase della vita, dall'infanzia fino alla terza età. 

Si avvale delle più moderne e innovative terapie e tecnologie per l'assistenza e cura degli anziani, supporto educativo e formativo per persone diversamente abili, pazienti malati di Alzheimer, riabilitazione e assistenza a domicilio.



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giovedì 22 dicembre 2016

A Natale piatti golosi per le persone con disfagia - Gipsy in the kitchen cucina con il Centro Clinico NeMO

La collaborazione tra “A Gipsy in the Kitchen”, la cui I blogger Alice Agnelli e Alessandro Madami, autori del blog A Gipsy in the Kitchen, “regalano” al Centro Clinico NeMO, centro di eccellenza ad alta specializzazione per il trattamento delle malattie neuromuscolari, la ricetta di due piatti natalizi speciali, al tempo stesso appetitosi e facili da mangiare anche per chi ha la disfagia, cioè la difficoltà di deglutire sia liquidi che solidi


Milano, 22 dicembre 2016 Il Natale può essere una festa per il palato anche per chi è colpito da disfagia, cioè la difficoltà di deglutire sia liquidi che solidi: per questa ragione Alice Agnelli e Alessandro Madami, autori del noto blog A Gipsy in the Kitchen, hanno realizzato in collaborazione con il Centro Clinico NeMO, centro di eccellenza ad alta specializzazione per il trattamento delle malattie neuromuscolari, una videoricetta per preparare un piatto natalizio speciale, che sarà online da domani, 23 dicembre, su www.agipsyinthekitchen.com. 

Il piatto presentato è una vellutata di castagne e funghi cucinata a quattro mani dalla food blogger con Matilde, una ragazza di 13 anni affetta da Atrofia Muscolare Spinale (SMA).

La collaborazione tra “A Gipsy in the Kitchen”, la cui pagina Facebook conta oltre 38mila likers, e il Centro Clinico NeMO è iniziata già la tre settimane fa quando Alice e Matilde hanno preparato insieme dei deliziosi pancakes alla zucca in diretta sulla pagina Facebook della blogger, dove il video è ancora visibile qui.

Il Centro Clinico NeMO (NEuroMuscolar Omnicentre) è un centro clinico ad alta specializzazione per il trattamento delle malattie neuromuscolari, patologie altamente invalidanti che colpiscono attualmente in Italia circa 40.000 persone. 

Nel 2015 sono stati seguiti nelle quattro sedi del NeMO (Milano, Roma, Arenzano (GE) e Messina) quasi 3.000 pazienti

La video ricetta e la diretta Facebook sono parte del progetto “Aggiungi un posto a tavola” che punta a migliorare la qualità di vita dei pazienti con disfagia e delle loro famiglie, proponendo loro ricette pensate e realizzate da grandi chef per essere al tempo stesso appetitose e facili da mangiare.

Alberto Fontana, presidente della Fondazione Serena Onlus, l’ente gestore del Centro Clinico NeMO, sottolinea: “Ringraziamo Alice Agnelli, Alessandro Madami e tutti coloro che ci stanno supportando in questo progetto.
Per noi del Centro Clinico NeMO la qualità di vita dei pazienti è una priorità e per questo riteniamo che sia molto importante che le persone con disfagia possano mangiare piatti non solo nutrienti ma anche piacevoli e gustosi.
Tanto più in occasione del Natale quando la tavola non è solo il luogo dove nutrirsi, ma anche quello dove riunirsi con i propri cari e celebrare i propri affetti”.

Gaia e Matilde, due cuoche provette!

Il progetto “Aggiungi un posto a tavola” è stato lanciato con un video in cui Matilde, insieme all’amica Gaia, anche lei affetta da SMA, hanno preparato insieme a due noti chef, Roberto Di Pinto e Misha Sukyas, un tiramisù e una crespella con i gamberi: non ricette comuni, ma studiate appositamente per essere di facile deglutizione e appetitose.

Il video è visibile qui di seguito: 

Ispirazione del progetto è il libro “Nutrirsi con gusto”, nato dal coinvolgimento di due professionisti della cucina, Mauro Uliassi (due stelle Michelin) e Paolo Piaggesi: un libro di ricette “particolari”. 

Il testo è stato realizzato con la collaborazione di medici specialisti in alimentazione e riabilitazione e al suo interno sono presentati 38 ricette, di antipasti, primi, secondi e dolci.

Hanno aderito al progetto, oltre ad Alice Agnelli e Alessandro Madami, Andrea Besuschio (“pasticceria Besuschio” di Abbiategrasso - Milano), Eugenio Boer (“Essenza” – Milano), Roberto Di Pinto (“Bulgari Hotel” – Milano), Christian Milone (“Trattoria Zappatori” di Pinerolo - Torino), Matteo Monti (“Rebelot” - Milano), Davide Oldani (“D’O” di Cornaredo – Milano), Eugenio Roncoroni (“Al Mercato” - Milano), Diego Rossi e Pietro Caroli ("Trippa" - Milano), Misha Sukyas (“Puzzle” - Milano).

La disfagia
Nell’ambito delle patologie neurologiche la disfagia è un problema frequente, tanto da presentarsi nel 70% dei pazienti e nelle patologie neuromuscolari riguarda addirittura la quasi totalità delle persone

Non si tratta di una malattia in sé, ma di un sintomo di alcune patologie. Consiste, infatti, in una difficoltà, percepita o rilevata, di deglutire il cibo o i liquidi. 

Sono molto numerose le patologie a cui può accompagnarsi, acute e croniche, internistiche e chirurgiche, degli adulti e dei bambini: ad esempio ictus, malattia di Alzheimer, malattia di Parkinson, neoplasie oro-faringee, paralisi cerebrali infantili. 

La disfagia comporta come possibili conseguenze diversi rischi per la salute: malnutrizione, disidratazione e di polmonite da ingestione

Anche l’assunzione delle terapie può essere messa a rischio da questo problema. Un ulteriore pericolo a cui sono esposte le persone con difficoltà di deglutire è il soffocamento.

 
Il Centro Clinico NeMO (NEuroMuscolar Omnicentre) è un centro clinico ad alta specializzazione, pensato per rispondere in modo specifico alle necessità di chi è affetto da malattie neuromuscolari come la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), le Distrofie Muscolari e l’Atrofia Muscolare Spinale (SMA). 

Si tratta di patologie altamente invalidanti con un grave impatto sociale, caratterizzate da lunghi e complessi percorsi di cura e assistenziali, per le quali, purtroppo, al momento non c’è possibilità di guarigione. 

Queste malattie interessano attualmente circa 40.000 persone in tutto il Paese. 

Il NeMO ha quattro sedi sul territorio nazionale: Milano, Messina, Arenzano (Genova), Roma.

mercoledì 21 settembre 2016

Alzheimer e caffè: un consumo moderato può contribuire a ridurre il rischio fino al 27%

21 settembre 2016
XXII GIORNATA MONDIALE DELL’ALZHEIMER

Il rapporto dell’Institute for Scientific Information on Coffee pubblicato oggi presenta le più recenti ricerche scientifiche sugli effetti benefici derivati dal consumo di caffè e il morbo di Alzheimer


Milano, 21 settembre 2016 – In occasione della Giornata Mondiale Alzheimer, ISIC (Institute for Scientific Information on Coffee) ha pubblicato oggi la terza edizione del Report Le cose buone della vita: il consumo di caffè può ridurre il rischio di sviluppare l’Alzheimer?” che raccoglie le più recenti evidenze scientifiche su consumo di caffè e morbo di Alzheimer.
 
Circa 26 milioni di persone in tutto il mondo sono malate di Alzheimer. In particolare in Europa, il progressivo invecchiamento della popolazione sembra essere correlato ad un aumento della malattia1.
 
Gli highlights del III Report ISIC:
 
  • Una metanalisi pubblicata quest'anno su Nutrition evidenzia che il consumo moderato di caffè può ridurre fino al 27% il rischio di sviluppare il morbo di Alzheimer3.
  • Il ruolo della dieta mediterranea: alcuni frutti, ortaggi e bevande – tra cui il caffè -  contengono polifenoli. Queste molecole, presenti anche nel caffè, agiscono sulle cellule cerebrali per ridurre l'infiammazione, diminuire la mortalità dei neuroni e mantenere bilanciati i livelli di acetilcolina, una sostanza chimica che funge da neurotrasmettitore e che viene rilasciata dalle cellule nervose per inviare segnali alle altre cellule. Tra i polifenoli, viene segnalato l'acido ferulico per il suo effetto positivo nella prevenzione dai problemi alla vista 4-8.
  • La caffeina, contenuta nel caffè, inoltre ha mostrato di ridurre due marcatori tipici dell’Alzheimer:  l'accumulo del peptide beta-amiloide, e la iperfosforilazione di proteina tau9. Inoltre ridurrebbe anche la morte dei neuroni, soprattutto nelle aree del cervello che giocano un ruolo nella memoria10. Infine, come neuro-stimolante, produce elevati livelli di acetilcolina11
  • Un ulteriore recentissimo  studio ha evidenziato il ruolo svolto dalla quercetina, uno dei componenti del caffè,  quale neuroprotettore nei confronti sia della malattia dell’Alzheimer che nel morbo di Parkinsons 12.
  • Una vasta letteratura scientifica riporta i numerosi benefici associati ad un moderato consumo di caffè su ulteriori importanti aspetti della fisiologia umana: dalla memoria alla concentrazione, dalla performance fisica al rallentamento del fisiologico declino cognitivo legato all’età, dalla riduzione del rischio di malattie neurodegenerative (come appunto il morbo di Alzheimer e la malattia di Parkinson) a una forte azione preventiva e protettiva nei confronti del diabete di tipo 2 e di alcune malattie del fegato tra cui cirrosi, steatosi ed epatite.

Il caffè, assunto quotidianamente in sicurezza per centinaia di anni, è parte integrante della storia e della cultura nel nostro Paese; il suo consumo è fortemente radicato nei costumi alimentari degli italiani, che si esprimono attraverso le pratiche e i valori della dieta mediterranea, riconosciuta tra le migliori del mondo.
 
Un’assunzione moderata di caffè, tipicamente 3-5 tazzine al giorno, come indicato dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) nel suo parere sulla sicurezza della caffeina, viene associata nella letteratura scientifica a una serie di benefici fisiologici e può far parte di una dieta sana ed equilibrata e di uno stile di vita attivo.
 
 
Riferimenti
1.       Alzheimer Europe (2010) 'The impact of Alzheimer’s disease in Europe'. Available at:  
www.alzheimer-europe.org/EN/Research/PharmaCog/Why-Pharmacog/(language)/eng-GB 
  1. EFSA (2015) Scientific Opinion on the Safety of Caffeine. EFSA Journal, 13(5):4102.
3.       Liu Q.-P. et al. (2016) Habitual coffee consumption and risk of cognitive decline/dementia: A systematic review and meta-analysis of prospective cohort studies. Nutr, 32(6):628-36.
4.       Perez-Jimenez et al. (2011) Dietary intake of 337 polyphenols in French adults. Am J Clin Nutr, 93(6):1220-1228. 
5.       Kim H.S. et al. (2004) Inhibitory effects of long-term administration of ferulic acid on microglial activation induced by intracerebroventricular injection of beta-amyloid peptide (1-42) in mice. Biol Pharm Bull, 27:120-1.
6.       Cho J.Y. et al. (2005) Inhibitory effects of long-term administration of ferulic acid on astrocyte activation induced by intracerebroventricular injection of beta-amyloid peptide (1-42) in mice. Prog Neuropsychopharmacol Biol Psychiatry, 29:901-7.
7.       Wenk G.L. et al. (2004) Attenuation of chronic neuroinflammation by a nitric oxide-releasing derivative of the antioxidant ferulic acid. J Neurochem, 89:484–493.
8.       Yan J.J. et al. (2001) Protection against beta-amyloid peptide toxicity in vivo with long-term administration of ferulic acid. Br J Pharmacol, 133(1):89-96.
9.       Laurent C. et al. (2014) Beneficial effects of caffeine in a transgenic model of Alzheimer’s disease-like tau pathology. Neurobiol Aging, 35(9):2079-90.
10.    Dall’Igna O.P. et al. (2003) Neuroprotection by caffeine and adenosine A2A receptor blockade of β-amyloid neurotoxicity. Br. J. Pharmacol, 138:1207–1209.
11.    Fredholm B. et al. (1999) Actions of caffeine in the brain with special reference to factors that contribute to its widespread use. Pharmacol Rev, 51:83–133.
12.    Lee M. et al. (2016) Quercetin, not caffeine, is a major neuroprotective component in coffee. Neurobiol Aging, 46:113-123.

 

Il Consorzio Promozione Caffè riunisce Aziende che producono e commercializzano le diverse tipologie di caffè torrefatto, caffè decaffeinato, caffè solubile e capsule e cialde di caffè. 

Da oltre 20 anni il Consorzio è impegnato a promuovere un programma di educazione e informazione su caffè e caffeina e i loro effetti sulla salute, sulla base delle evidenze scientifiche pubblicate.

L'Istituto per l'Informazione scientifica sul caffè (ISIC) è un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro costituita nel 1990 e dedicata allo studio, alla raccolta e alla divulgazione di studi e ricerche scientifiche in tema di "caffè e salute".

ISIC rispetta l'etica della ricerca scientifica in tutte le sue attività e la sua comunicazione si basa su solide basi scientifiche, studi pubblicati su riviste scientifiche “peer-reviewed”. 


Fanno parte di ISIC alcune tra le principali aziende europee del caffè.

ISIC organizza e aggiorna il sito www.coffeeandhealth.org che mette a disposizione della comunità scientifica, dei professionisti del settore e dei media un database di oltre 600 abstract degli studi internazionali più significativi in tema di caffè e salute, con più di 400 articoli scientifici resi disponibili negli ultimi sei anni.

giovedì 15 settembre 2016

I segnali che predicono lo sviluppo della demenza

La difficoltà nello svolgere attività quotidiane più complesse del semplice lavarsi e vestirsi, come maneggiare il denaro o cucinare, rivela con otto anni di anticipo lo sviluppo della demenza nei soggetti affetti da lieve deficit cognitivo. 

Lo ha evidenziato uno studio condotto dall’In-Cnr e dall’Università di Firenze e coordinato dall’Istituto superiore di sanità. 

La ricerca è stata pubblicata sul Journal of Alzheimer’s Disease.


In persone affette da deficit cognitivo lieve (Mci-Mild Cognitive Impairment), il manifestarsi di difficoltà nell’esecuzione delle attività quotidiane più complesse consente di predire lo sviluppo di demenza con un anticipo di otto anni.  

È quanto emerge da uno studio condotto nell’ambito del progetto Ilsa (Italian Longitudinal Study on Aging), da Antonio Di Carlo dell'Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (In-Cnr) e Domenico Inzitari dell’Università di Firenze, su 2.400 ultrasessantacinquenni, rappresentativi della popolazione anziana in Italia. La ricerca, coordinata da Emanuele Scafato dell'Istituto superiore di sanità, è stata pubblicata sul Journal of Alzheimer’s Disease

“La vita quotidiana presuppone lo svolgimento di attività elementari, quali lavarsi, vestirsi, alimentarsi, e di attività più complesse, definite strumentali, come usare il telefono, fare acquisti, preparare il cibo, effettuare le pulizie domestiche, utilizzare i mezzi di trasporto, maneggiare il denaro, assumere autonomamente eventuali terapie”, spiega Di Carlo. 

“La ricerca ha dimostrato che avere problemi nelle seconde, le più complesse, permette di predire lo sviluppo di demenza in chi è affetto da Mci, e questo indipendentemente dall’età, dal sesso e dalla presenza di altre malattie”.

Lo studio ha inoltre individuato un legame tra il numero di attività strumentali che creano problemi e lo sviluppo della demenza. “Incontrare difficoltà in una sola delle attività complesse raddoppia il rischio di demenza, mentre se le attività interessate sono più di quattro il rischio aumenta di nove volte nei successivi otto anni”, chiarisce il ricercatore dell’In-Cnr.

Lo studio Ilsa, che ha affrontato per primo a livello nazionale le problematiche relative all'invecchiamento e alle condizioni di salute degli over 65 italiani, ha fornito stime sulla frequenza della demenza nel nostro Paese. 

“In Italia le persone affette da questa patologia sono circa 700 mila e circa 150 mila i nuovi casi ogni anno; gli ultrasessantacinquenni affetti da deficit cognitivo lieve sono circa tre milioni: un anziano su quattro. Per loro il rischio di demenza è significativamente superiore rispetto agli anziani con funzioni cognitive normali”, conclude Di Carlo. 

“Questa ricerca fornisce informazioni utili per la messa a punto di interventi di prevenzione e trattamento, contribuendo così a ridurre i rilevanti costi umani, sociali ed economici di questa malattia”.

Roma, 15 settembre 2016

La scheda
Chi: Istituto di neuroscienze del Cnr di Firenze, Università di Firenze, Istituto superiore di sanità
Che cosa: Studio sulla possibilità di predire con anticipo di 8 anni lo sviluppo della demenza in soggetti affetti da Mci. 
La ricerca è pubblicata sul Journal of Alzheimer’s Disease.

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