martedì 12 luglio 2016

AGNESE RENZI FIRMA SU VANITY FAIR UN RITRATTO DELLA SUA NIPOTINA CON SINDROME DI DOWN - COMUNICATO STAMPA

QUELLO CHE HO IMPARATO DA MARIA, CHE HA "5 ANNI MENO UNO" E LA SINDROME DI DOWN». 
  

Milano, 12 luglio 2016 - A pochi giorni dai Trisome Games (dal 15 al 22 luglio a Firenze, www.trisomegames2016.org), la prima edizione delle Olimpiadi per gli atleti con la sindrome di Down, Agnese Renzi, che ne è madrina assieme alla cognata Matilde Renzi (sorella del premier), firma un intervento sul numero di Vanity Fair in edicola da mercoledì 13 luglio, per raccontare l'effetto che ha avuto su di lei l'arrivo della nipotina Maria, bambina con sindrome di Down, adottata da Matilde.

Maria ha 4 anni (o 5 meno uno, come dice lei, chissà perché!). Maria gioca con la sabbia, nuota con i suoi braccioli arancioni, si tuffa, e quando riemerge a galla ride di gusto, anche se ha bevuto dal naso e dalla bocca... 

Poi allunga le braccia e dice: «Vieni anche te, zia?». «Maria, ma io ho freddo...». «Ti prego...».

Tu la guardi e pensi che è meravigliosa. Un perenne inno alla gioia. E la segui in mezzo alle onde.
Maria è stata un regalo del cielo. Un regalo che Matilde, sorella di mio marito, e suo marito Andrea hanno scelto di accogliere in seguito a una richiesta speciale: «C'è una bimba abbandonata. 

Si chiama Maria. E ha la sindrome di Down. Stiamo cercando una famiglia disponibile ad adottarla».
Avevano già due bimbe piccole. Ma quella è stata una chiamata. 

Si sono presi un po' di tempo per riflettere, hanno ascoltato in profondità, e hanno aperto le braccia alla vita: «La prendiamo noi».

E così, con un solo gesto, hanno consegnato alle loro figlie l'insegnamento di tutta una vita: l'unica cosa che conta è amare.

Da quando c'è Maria, ho imparato tante cose. Innanzitutto che le parole non sono tutte uguali, e contano. 
Da quando c'è Maria non dico più «una Down», ma «una persona con la sindrome di Down» o, ancora meglio, «una persona che ha anche la sindrome di Down». 

Perché Maria è prima di tutto una persona, non una malata. Bello, no?
Poi ho imparato a sorridere alle persone che incontro per strada, o a scuola, o al cinema, specialmente se hanno una disabilità. 

Prima, quando notavo un bimbo speciale, avevo una sorta di timore: sentivo il desiderio di avvicinarmi, ma temevo che il mio gesto fosse frainteso. 

Una mamma che sente su suo figlio disabile gli sguardi indagatori e compassionevoli dei passanti soffre.

Perché la disabilità mentale, purtroppo, fa ancora troppa paura. Un amico, papà di Matteo, un bimbo di 13 anni simpaticissimo, con autismo, mi ha raccontato recentemente un episodio, solo l'ultimo di una lunga e spiacevole serie. 

Entrano in ascensore, lui e Matteo. Ci sono una mamma e il suo bimbo, «sano». Lei vede Matteo e istintivamente tira a sé il figlio. 

E lui, da buon livornese: «Signora, l'autismo non è mica il raffreddore, non si attacca!». Ma, dietro la battuta, il dolore resta.

Maria, con la sua carica di gioia di vivere, ha rotto ogni argine tenuto su dalle stanche consuetudini degli uomini, e mi ha restituito l'ingenuità del cuore.

L'intervento completo, con le foto di Agnese e Maria, sul numero di Vanity Fair in edicola, e online qui:


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